Tai Chi: la danza silenziosa al Centro Yoga Yoko

Avete mai sentito parlare del Tai Chi? Questa antica disciplina di origine cinese, nata come arte marziale per la difesa personale, col tempo ha acquisito sempre maggiori valenze per i benefici che è in grado di portare sia al corpo che allo spirito.

Attraverso l’esecuzione di movimenti lenti, consapevoli e circolari che ricordano molto una danza silenziosa, ma che in realtà mimano il combattimento con un ipotetico avversario, si è in grado di raggiungere armonia del corpo e, tramite esso, anche quella dello spirito.

Molti sono i benefici che questa pratica è in grado di portare: all’aumentare della vitalità della mente, corrisponde un’intensa stimolazione del corpo che risulterà essere più agile, in equilibrio e con i riflessi pronti, favorendo una generale calma interiore in grado di aiutare chiunque pratichi il Tai Chi a gestire  meglio le situazioni di stress e le relazioni interpersonali.

Spesso gli insegnamenti migliori passano attraverso l’esperienza che si è fatta vivendo in prima persona una situazione, pratica o altro ed è per questo che abbiamo deciso di raccontarvi cos’è il Tai Chi attraverso il racconto di Davide Drusian e la testimonianza di Marisa Dalla Pietà, insegnanti di questa meravigliosa disciplina al Centro Yoga Yoko dove a breve cominceranno i corsi della nuova stagione 2018/19. Maggiori dettagli sul sito http://www.centroyogayoko.it/corsi/tai-chi

Prima di lasciarvi alle loro parole, vi riportiamo la bibliografia essenziale rispetto a questo argomento, suggeritaci direttamente da Davide:

– Grant Muradoff   “Tai Chi Chuan” Disciplina del movimento per la ricerca dell’equilibrio del “sé”  volumi 1.2.3. | Edizioni Mediterranee

– Gudo Bozak   “Principi e pratica del Tai Chi Chuan” Disciplina interiore e armonia fisica nell’arte marziale “dolce” cinese | Edizioni L’età dell’Acquario

– T.Horwitz, S.Kimmelman, H.H.Lui   “Taiji quan” La ‘meditazione in movimento’; l’arte marziale fluida e armoniosa per un profondo equilibrio tra forza esteriore ed energia interiore | Red edizioni

– Cheng Man Ch’ing  “Tredici saggi sul T’ai Chi Ch’uan” | Feltrinelli edizioni

 

Ho incominciato ad accarezzare l’aria

– impressioni sul TAI CHI CHUAN d’una praticante alle prime armi –

Racconto di Davide Drusian

Nella piazzetta sotto casa ogni sera all’imbrunire si ritrovano una decina di persone.

Mentre stiro, per il troppo caldo, tengo aperte le finestre e li guardo.

Sono uomini e donne di diverse età e dai fisici più disparati, alcuni cadenti, altri tonici.

Indossano abiti comodi e dopo essersi salutati si sbarazzano di cinture, bracciali, orologi e collane. Si dispongono in tre file, orientandosi verso alcuni tigli giganteschi che adombrano il vecchio muro del cimitero del convento, profumandolo di fresco. Rimangono fermi per qualche istante, le ginocchia flesse e le braccia morte lungo i fianchi.

Poi iniziano a muoversi, pianissimo e insieme, eseguendo tutti le medesime figure.

Pare una coreografia ciò che vedo, una lenta danza o anche le mosse di un’arte marziale eseguita a rallentatore.

Vanno avanti così per tre, quattro minuti, tornano da capo, ricominciano.

Cinque, dieci, venti volte.

Man mano che gambe e braccia creano nuove forme, diventano tutti più armoniosi.

Prendono il ritmo, vanno insieme, come se i loro respiri fossero all’unisono.

Hanno nomi poetici quelle figure.

Un istante prima di eseguirle, vengono chiamate da uno di loro che sta sempre in testa al gruppo.

Li sento quei nomi. Parlano di piante, animali, stelle, persino di strumenti musicali.

Anche del cielo che sta sopra la testa, e della terra che sta sotto i piedi. E di loro stessi, che ci giocano in mezzo.

Prima d’andarsene, la maggior parte si siede ai lati della piazza per lasciare campo libero a pochi, che eseguono figure senza interruzioni per una ventina di minuti.

Poi si alzano e, formato un cerchio, si salutano unendo i palmi delle mani davanti al cuore. Alcuni se ne vanno, altri restano per quattro chiacchiere.

Racconto di questi movimenti ad alcuni amici ma nessuno sa dargli un nome o dirmi a cosa servano. Tuttavia la curiosità me la toglie a sua insaputa l’uomo delle figure, quello che le chiama durante la pratica.

Stasera ci sono alcune facce nuove in piazzetta e prima di muoversi invita tutti a sedersi e inizia a parlare.

“Qualcuno di voi sa cosa sia il Tai Chi?” chiede ai presenti, svelandomi involontariamente il nome di quella sequenza di mosse. Quasi tutti ne sanno poco o niente. Hanno letto qualcosa in internet o visto degli spezzoni televisivi dove vecchi cinesi in kimono fanno ‘gesti’ armoniosi nelle piazze e nei parchi.

Una interviene.

“Mi sono incuriosita quando ho visto nella scena finale di Notting Hill alcune persone vestite di bianco danzare piano in un parco di Londra attorno alla panchina dove Hugh Grant e Julia Roberts parlano d’amore”.

“Ho visto quel film. Quelli vestiti di bianco stavano facendo Tai Chi”, le dice l’uomo delle figure. “Nasce in Cina un migliaio d’anni fa. Osservando la natura, un monaco inventa quest’arte marziale, ottimo stretching in preparazione al combattimento. Infatti una delle possibili traduzioni dell’ideogramma Tai Chi Chuan è “fare la boxe con le ombre”. Con gli anni però perde questo scopo autodifensivo a favore della lentezza e della ricerca dell’equilibrio “tra il pieno e il vuoto”, che è un’altra possibile traduzione del medesimo ideogramma. Io pratico lo stile Yang, uno stile dolce, dove non sono contemplati sforzi e la leggerezza è la benvenuta. E’ una forma lunga, fatta di 108 movimenti. Ma di questo e altro tratteremo più avanti. Ciò che veramente conta è praticarlo”.

L’uomo si alza, fa un passo, come per mettersi in posizione e iniziare. Altri lo seguono, ma un ragazzo alto e magro, appoggiato di schiena a uno dei tigli, gli chiede dove abbia imparato.

“A Treviso, dal maestro Gudo Bozak, assieme al mio amico Raffaele Marcon, studioso di Medicina Tradizionale Cinese. Ci siamo andati per più di dieci anni e lo pratichiamo da venticinque. Gudo, che ce lo ha insegnato, lo ha appreso dal ballerino macedone Grant Muradoff, e Muradoff da Gia Fu Feng, raffinato poeta cinese, calligrafo e maestro di Tai Chi”.

Come termina, l’uomo delle figure intuisce che la pratica dovrà attendere e si rimette seduto. Tutti stanno confabulando tra loro.

Un’anziana signora e una ragazza disquisiscono sui benefici che può portare questa disciplina. Sono state indirizzate al Tai Chi dal loro medico curante, la prima perché non dorme, la seconda per dolori lombari e cervicali.

Mentre ripongo la biancheria stirata nell’armadio sento l’uomo delle figure parlargli e resto sorpresa dagli innumerevoli benefici che questa pratica, se diventa quotidiana, può arrecare alle articolazioni e al sistema respiratorio. Lenisce  il mal di schiena, la cervicale, le rigidità e il formicolio degli arti. Migliora la circolazione e la pressione arteriosa. Mitiga gli sbalzi d’umore e le tensioni provocate da ansia e stress. Combatte l’insonnia e diminuisce il tremore nei malati di Parkinson.

‘Il buon medico cura la gente prima che si ammali’ recita un proverbio cinese: il Tai Chi diviene una medicina preventiva che ha come obiettivo il raggiungimento del benessere psicofisico.

Ora si alza in piedi e invita tutti a prendere posizione.

Prima di accarezzare l’aria, nome della figura di partenza, espone un ultimo concetto.

”Il Tai Chi non è solo una ‘ginnastica della lunga vita’. E’ anche ‘trappola per la mente’ e  ‘meditazione in movimento’.

Il maestro Cheng Man Ching ci direbbe di far sprofondare il Chi cioè il respiro o energia, nel Dan Tien, più o meno sotto l’ombelico, che per i cinesi è il centro del corpo. Tutti i movimenti sono legati alla respirazione che è la protagonista principale di questa disciplina. Abbinando le figure al respiro si acquista maggiore lentezza e si smette di pensare. La testa si svuota, come quando si medita. Ci si guarda dentro, vedendoci per quello che siamo. Se durante la pratica si resta aggrappati ai pensieri che impazzano  come scimmie ubriache, le figure si confondono, non prendono forma”.

Poi non dice più nulla e inizia a muoversi.

La sera seguente decido di scendere e raggiungere il gruppo. Tutti mi salutano e mi sorridono. Mi rivolgo subito all’uomo delle figure, dicendo di avere visto dalla finestra il Tai Chi e di volerlo praticare. Anche lui sorride e m’invita a prendere posto in mezzo a loro. La pratica ha inizio. Mi sento goffa, sono mosse talmente semplici che spiazzano, non ci sono abituata.

Eppure accarezzando l’aria più e più volte incomincio a sentirmi serena senza sapere perché.

 

Quell’energia che mi ha spinta a diventare insegnante di Tai Chi

Testimonianza di Marisa Dalla Pietà

Mi chiamo Marisa Dalla Pietà e sono insegnante di Tai Chi tradizionale stile YANG presso il Centro Yoga Yoko. Pratico questa disciplina e filosofia dal 2007. Tutti gli enormi benefici che comporta la pratica del Tai Chi si possono leggere in ogni recensione che ne descriva lo scopo di questa disciplina. Voglio invece qui descrivere la mia esperienza.

Prima di arrivare al Tai Chi ho avuto un passato come atleta agonista in varie discipline sportive, come il pattinaggio artistico e l’atletica leggera in qualità di velocista e saltatrice di lungo. In età più matura mi sono avvicinata per qualche anno allo Yoga, ma sentivo il bisogno di associare allo stato meditativo, per me un po’ statico, un movimento del corpo che fosse fluido ed energico al tempo stesso. A questo punto, ecco che arriva il Tai chi!

All’inizio, quando ho cominciato con il maestro Roberto Zecchinon, ricordo tutta la fatica che ho fatto a capire questi movimenti così in antitesi fra loro,  le gambe da una parte, le braccia e mani da un’ altra e poi il respiro …che difficile! A dire il vero non mi piaceva proprio. Cos’era allora quell’energia che mi spingeva a continuare senza mai mancare ad una lezione e avere quella pazienza con me stessa che mi portava ad essere certa che ci sarei riuscita?

Ogni volta mi meravigliavo nel vedere il maestro Zecchinon: si muoveva con dolcezza e armonia,il suo corpo era fluido ed elastico come non avesse età e invece ne aveva già 77 di anni. A quel tempo tutto avevo immaginato, tranne di diventare un’insegnante di Tai Chi e di essere qui a parlare, nelle mie lezioni, di KI,di energia, di respiro, di equilibrio degli opposti, di postura, di meditazione in movimento e di “reggere la sfera”. È stata proprio questa energia a portarmi fino a questo punto, lezione dopo lezione, fino a quando il mio maestro mi ha detto: ” Sei pronta! Puoi iniziare a trasmettere quello che hai imparato”. Ho capito, dalla mia esperienza, che nessuno è maestro ma che siamo tutti allievi. È un percorso che inizia lezione dopo lezione fino a far parte di te, movimento dopo movimento, fino a fondersi nella vita di tutti i giorni nella consapevolezza del quotidiano. Diventa un modo di porsi, attraverso la postura corretta, un modo di pensare di vedere e sentire e partecipare con il tutto: è sentire che fai parte del tutto. Questo per me è il Tai Chi.

L’unica cosa veramente difficile di tutto ciò? Impegno e costanza, come tutte le cose che possono portare alla vera ricchezza e cambiamento nelle nostre vite.

Buon Tai Chi a tutti! A tutti quelli che vogliono portare qualcosa di nuovo nella loro vita.

 

Se vi siete incuriositi e volete approfondire l’argomento, vi consigliamo di visitare il sito del Centro Yoga Yoko, alla pagina dedicata http://www.centroyogayoko.it/corsi/tai-chi, magari approfittando anche delle lezioni di prova che sono previste nei prossimi giorni!

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